di don Luis
Da quando il calcio è diventato prevalentemente uno spettacolo destinato a fare incrementare le vendite degli sponsors e a regalarci strani risultati confezionati sul flusso delle scommesse clandestine, il nostro entusiasmo per questo sport si è molto affievolito. In pratica viviamo di ricordi
e di rimpianti. Oggi come oggi, forse saremmo portati a preferire lo spettacolo della foca in gara con l’acrobata del circo, a quello di un dio del calcio come lo sono stati Maradona o Pelè. Non sia mai sbagliassero un tiro o un passaggio (anche i padreterni sbagliano e noi ne siamo la prova), sempre oggi come oggi, non potremmo fare a meno di pensare a una combine.
Certo, ci piacciono ancora, tanto i bei gesti dei giocatori dotati di grande tecnica (quasi sempre sudamericani di famiglia povera) quanto le performances atletiche di certi loro colleghi (quasi sempre europei di famiglie agiate). Riusciamo ancora a vedere gli schemi di gioco studiati a tavolino dagli allenatori per adattarli alle caratteristiche della rosa, e ci piace vedere lo stadio osannante, ascoltare gli sfottò fra opposte tifoserie e trovare che i commenti del dopopartita non sono mai acuti come le nostre analisi. Ma tutto ha un sapore di precotto, di falso, di rappresentazione, appunto. Non ci divertiamo più e se non fosse per il Napoli, per Napoli e per i napoletani, la nostra sarebbe una vita abbastanza triste.
Martedì scorso, avremmo dovuto dedicarci alle sfide di Coppa Italia o magari allo sciatore Pittin che cade dal trampolino o al disastroso esordio sudafricano di Manassero nel Volvo Golf Champions (31mo su 35 in gara). Abbiamo preferito andare a farci una passeggiata nel cuore della vecchia Napoli greco-romana, a via san Gregorio Armeno proprio dove, - come forse qualcuno di voi, affezionati lettori, ricorderà -, già ci siamo trovati a passare ultimamente. Tra i due decumani, al numero 41 c’è la casa dove sarebbe nato san Gennaro, ma non era per chiedere al santo patrono di far rinsavire Mazzarri che ci siamo recati da quelle parti dove il patrono cittadino avrebbe visto la luce nel 272.
Il 17 gennaio è la festa di Sant’Antonio abate. Fino a pochi anni fa negli slarghi si dava fuoco alle cataste accumulate di roba vecchia che pioveva dai balconi (non senza però che qualcuno avesse educatamente avvisato: ‘a sotto!).
Dopo Gennaro, Antuono è forse il santo più venerato dell’affollato olimpo partenopeo. Un contadino, o forse un piccolo proprietario terriero che scappò nel deserto per sfuggire agli esattori romani, dandone esempio a numerosissimi altri fellahin.
Passò “a miglior vita” (e grazie tanto!) il 17 gennaio del 356, dopo aver lottato vittoriosamente contro diavoli in aspetto femminile: lui (non si è santi per niente), sapeva distinguere le imitazioni dagli originali, in genere damazze in pellegrinaggio.
Karl Marx si accorse che esiste un rapporto fra economia e religione e parlò anche di questo nella sua opera sterminata. Il fenomeno però non era nuovo e Lattanzio già aveva teorizzato che l’enormitas indictionum, il peso enorme delle tasse, era stato la causa del naufragio dell’impero.
In effetti la riforma fiscale di Diocleziano gettò nella disperazione i contadini immiseriti. In condizioni simili (allora, ma anche in tempi più recenti) il popolo affamato gridava all’eguaglianza e saccheggiava le case dei ricchi. La rivoluzione, insomma. Un metodo di rinnovamento dei ceti dirigenti che non può funzionare se falce e martello sono stati buttati via, se cioè non esistono più masse contadine e proletariato operaio. Il nuovo governo che dicono ci stia salvando, può dormire sonni tranquilli purchè non si lasci andare a proteste contro l’America di Obama, il progressista che vuol fare pagare all’Europa il suo debito con la Cina.
Torniamo a noi. Le cerimonie di lustrazione dei campi e di purificazione degli animali celebrati dai romani alla fine di gennaio, l’anno vecchio personificato dal santo barbuto (che va via) rispetto all’efebico san Sebastiano (che arriva subito dopo), il cinghiale totemico sacro al dio Lug (che è diventato il maialino fedele compagno dell’anacoreta egiziano) spiegano, secondo noi, l’ usanza napoletana del “cippo”. Un’abitudine che è stata cancellata non tanto dalle grida delle autorità, quanto dai mobili in plastica. Comunque, l’eremita Antuono, - oltre ad essere collegato col fuoco -, protegge anche gli animali domestici e noi stessi usavamo portare i nostri cani sul sagrato della chiesetta collinare dalla quale prende il nome una frazioncina dell’isola meravigliosa dove abbiamo avuto la fortuna di approdare (salvo essere schiavizzati da un direttore esigente e cattivo pagatore).
Al giorno d’oggi le nostre bestiole ce le benediciamo da soli: è diventato difficile anche qui essere proprietari di cani. Se continua così, però, abbiamo la speranza (fra le tasse e le esigenze di bilancio della rivista) di ereditare le loro pulci. Ci compreremo una bella divisa rossa con alamari dorati e faremo il domatore di questi insetti saltatori.
Il direttore ama, laicamente – ben s’intende – sant’Antonio abate, perché scaccia il diavolo (leggi Milan) e protegge gli animali, anche se sono biscioni, tipo Inter. Nostro cugino omonimo, il poeta, ha voluto approfittare della circostanza calendariale per spingerlo ad allargare il pugno (sempre chiuso, non solo politicamente). Eccovi il parto poetico che avrebbe dovuto propiziare l’evento: “Non farci, direttore, dispiacere / con il pretesto dell’austerità; / poni mano alla tasca e chiama qua / carico di vivande un cameriere / al quale, inoltre, pagherai da bere. / La redazione allora perdonerà /
ogni tua spocchia ed altezzosità, / ma la sua stima non potrai ottenere / se poi continui nella tua avarizia. / Coraggio! Da oggi un nuovo corso inizia: / non disputare ossi al cane Bakù, / fa tua la più bella delle virtù, / sii generoso, altrimenti finirai / col passare un’infinità di guai, / finchè non capirai / che conservi il denaro inutilmente / e di te ride l’ischitana gente.”
E’ vero che i poeti vivono in un loro mondo di sogni: naturalmente il bauscia ancora una volta si è dimostrato tetragono a qualsiasi appello.
Il redattore dal cuore buono, - l’amico e collega di lavoro che usa firmarsi come Onesto Yago -, per distrarci ci ha invitato a casa sua dove abbiamo assaggiata una crema alla banana creazione della sua signora che la dice indicata particolarmente per i diabetici, categoria alla quale si comincia ad insinuare che anche noi apparteniamo (forse per le nostre frequenti amnesie?).
Per 4 persone, tre banane mature schiacciate in un piatto dove le aspetta il succo di un limone (e un pizzico di sale). Aggiungete un bicchiere di succo d’ananas, un bicchierino di rum bianco e 50 gr. di zucchero. Bisogna mescolare tutto bene (così ci è stato spiegato), unire panna montata e porre la terrina nel congelatore fino a quando il composto non si sarà tanto ben rappreso da poterlo battere con la frusta (per farlo diventare bello solido). La nostra coppetta era guarnita con una ciliegina e spolverizzata con buccia di limone e arancia grattugiata. Uno spettacolo! Qualcosa che ci ha fatto dimenticare le nostre preoccupazioni per l’asinello napoletano. Come il ciuccio di Fichelle l’animale ha sessantanove piaghe e la coda fradicia. Avrebbe, ne siamo convinti, urgente bisogno di una benedizione speciale. Meglio se impartita da un religioso che non si lasci attrarre dalle parrocchiane.
La pedagogia disarmante di Paulo Freire
5 minuti fa
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