di don Luis
Quando il direttore si aggira per la redazione, tutti si danno un gran da fare e si mostrano occupati in qualche attività. Noi, per esempio, ci facciamo sempre trovare chini su una copia della Gazzetta o del Corriere dello Sport. La ragione di questo attivismo è che il sospettoso individuo diffida di chi fissa il vuoto (magari alla ricerca di un incipit) perché l’unico autorizzato a pensare è lui, gli altri devono eseguire nunc et immediate, obbedire soltanto, altrimenti combinerebbero guai, potrebbero addirittura con le loro fantasticherie intralciare vasti progetti.
Non a tutti sta bene così, perché il più delle volte l’ispirazione si trova nascosta dietro il lampadario, dietro una tenda o nel riflesso di un bicchiere. Il membro aggiunto della redazione, il nostro cugino omonimo, è quello fra noi che avverte il maggior disagio per questa situazione. Lui, infatti, - a quel che dice -, è un poeta e come tale è naturale che debba avere un atteggiamento pensoso, addirittura sognante, consono insomma al ruolo.
“Per norma e regola tua in questa redazione il pensiero sarà pure libero, ma la parola certamente no”. Con questa frase concisa e diretta il redattore capo (alias l’Onesto Yago) ammoniva il poetastro, che si lamentava per essere stato malamente zittito dal direttore. Il malcapitato aveva creduto opportuno far notare all’acido interlocutore che una creazione artistica giunge difficilmente a vedere la luce, se non è stata preceduta da una più o meno lunga gestazione, apparentemente inoperosa per gli incompetenti, ma comunque meritevole di incoraggiamenti e sovvenzionamenti.
“Per maggiore chiarezza sappi che qui il libero pensiero è soltanto un oggetto di studio”. Ci sentimmo noi in dovere di rincarare la dose, lieti di poterci rivalere su qualcuno, dopo essere stati anche noi mortificati. Avevamo osato dire che, vabbè, il Napoli - a meno del famoso filotto sognato da Mazzarri - è ormai fuori gioco per lo scudetto (quel rigore annullato ad Hamsyk però, che peccato!), ma anche l’Inter di quest’anno se lo può sognare di vincere il campionato. Come si fa a negare una verità tanto evidente, per di più tacciandoci di incompetenza? Certo, lo sappiamo anche noi che il Milan corre il rischio di restare impiccato alle disavventure giudiziarie del Berlusca tornato alla presidenza rossonera, che la Roma del presidente indollarato ha l’allenatore spagnolo e che la Juve sarà inevitabilmente attardata dal calcio scommesse, con la prevedibile conseguenza di essere destinata a perdere qualche partita “sicura”. Ma di qui a sperare che il gerontocomio di Ranieri possa ripetere i fasti di Mou, ce ne corre!
Il figlio della nostra zia preferita si è rifugiato in un angolo per trovare versi sferzanti, capaci di far sentire i suoi strali al direttore. Vivendo lui nell’empireo dei poeti, naturalmente si compiace coltivando illusioni di vario genere e addirittura, - a nostro parere -, non si rende conto di quanto l’altro sia coriaceo. Più pratici di lui, abbiamo pensato di vendicarci in un modo diverso: trascurando una volta tanto l’argomento calcio, materia nella quale notoriamente (ancora più che in quella golfistica!) il direttore aspetta sempre impazientemente di leggere il nostro pezzo settimanale, perché gli piace criticare qualsiasi cosa scriviamo ed anzi ci gode, potendo, secondo lui, dimostrare la propria superiorità anche in quest’altra materia, in cui assume di essere ferratissimo. “Non più di un asino”, ha sghignazzato il poeta di famiglia. In verità asini siamo noi perché chi, - come dicono i napoletani -, va soggetto (dipende dagli altri), non si può permettere il lusso della sincerità, comunque sempre costoso per tutti.
Sappiamo fin troppo bene di avere sbagliato a parlar chiaro sui mercenari di Moratti: in questo modo abbiamo cancellato dal nostro futuro qualsiasi speranza di gratifiche natalizie. I lettori di questa rubrica, per quanto possano essere di fresca acquisizione, sanno che tutti i nostri salmi devono finire in gloria (con annesse aureole nerazzurre e beatificazione degli allenatori pro tempore).
Peccato e peggio per lui: avevamo promesso di dare una chiara dimostrazione del buon diritto dell’Inter a fregiarsi dello scudetto 2006 ed eravamo certi di mantenere l’impegno (quel tifoso sfegatato si sarebbe contentato di qualsiasi argomentazione, per quanto campata in aria).
Peccato e peggio anche per noi: come abbiamo già accennato, speravamo con quelle quattro stroppole di poter essere messi in condizione di cominciare a pensare ai regali di Natale. Probabilmente la nostra era una pia illusione? E’ facile illudere chi ha bisogno (è il segreto di tante travolgenti campagne elettorali) e noi non abbiamo vergogna a dire che, ora come ora, ci siamo ridotti a pane e cipolle, anzi (per dirla più onestamente) a pizza con le cipolle. Sapete di che si tratta? Piace anche a voi? Forse parliamo di due cose diverse perché quella che mangiate in pizzeria, cari amici lettori, sarà senza dubbio ottima, ma non regge il paragone con la nostra e a conferma del nostro assunto eccovi di seguito la ricetta.
Impastate la farina con acqua tiepida nella quale avrete stemperato la giusta quantità di lievito ( per chi conosce la differenza diciamo che andrebbe ancora meglio il criscito). Fate imbiondire le cipolle in padella (olio di oliva) mentre la pasta cresce e poi spianatela con le mani dandole la forma di una grande pizza rotonda. Con la punta delle dita fate dei fossetti e versateci sopra la padellata di cipolle (previamente condite con sale e peperoncino). Arrotolate la pettola (non troppo stretta) e ponetela al forno in un ruoto capace, più o meno per lo stesso tempo che è necessario per rendere dorati i panuozzi. Vi sembra che se non è zuppa è pan bagnato? E invece non è così. Provate per credere e, se volete far ancora meglio, usate questa pizza invece del pane per accompagnare i piatti di carne, quella lessa in particolare che ne viene per così dire vivacizzata.
Con una buona grappa a portata di mano, dopo un pasto del genere a noi piace abbandonarci nella poltrona preferita e leggere qualche libro, che tratti preferibilmente di sport o di personaggi sportivi, in modo da unire l’utile al dilettevole. Due titoli recenti. Il primo: “Maradona e il Napoli. Un mito all’ombra del Vesuvio” di John Ludden (Esi, euro 12). L’altro è “Io , Ibra”, scritto dal centravanti del Milan a quattro mani con David Lagercranz (Rizzoli, euro 18,50). Due ragazzi strappati all’emarginazione dai loro piedi magici, due carriere strepitose, due esempi inimitabili per quanto riguarda il calcio e da non imitare per quanto riguarda la scelta degli amici.
Torniamo a noi. Ricordate? Mentre eravamo impegnati nella stesura di questo pezzo, nostro cugino spremeva le sue poetiche meningi. Con questo risultato: “Sei tu, direttore, una vecchia rozza / che contro il vero vanamente cozza. / Don Luis opprimi ed Yago, / né mai ti mostri pago. / Ci sarà chi l’avara man ti mozza?”.
E meno male che ha finito con un punto interrogativo e non con quello esclamativo. Non vi piace?
C’è uno spread fra il nostro libero pensiero e il vostro. Ma non possiamo spiegare compiutamente il differenziale. Come diceva quel tale? “Taci, il nemico ti ascolta”.
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