lunedì 8 febbraio 2010

La scuola in saldo e la riforma che non c'è

di Pietro Ratto

Meno ore in classe? Un altro passo verso il baratro, dopotutto. Un’altra concessione alle esigenze di alunni sempre meno interessati a conoscere e sempre più orientati a incassare, a buon mercato, punteggi e titoli di studio. Da una decina d’anni la scuola italiana si è progressivamente allineata alla logica aziendale dello standard americano, adottando politiche da supermercato. Ha fatto di tutto per trasformarsi in un grande magazzino di saperi minimi a basso prezzo, trattando con i ragazzi e le loro famiglie esattamente come si fa con una clientela più o meno affezionata.
La cosiddetta Scuola dell’Autonomia ha cominciato a considerare gli studenti come una preziosissima risorsa economica. Più studenti ci sono, più progetti possono essere attivati; più progetti attivati, più finanziamenti dal Ministero. Più soldi, più laboratori, strutture, ecc. Improvvisamente i Dirigenti Scolastici (non chiamateli più Presidi, per carità. La loro missione è quella del Manager, quella del professionista col cellulare appeso all’orecchio, che costantemente s’ingegna a produrre utili per la sua Azienda), si sono accorti della necessità di attirare il maggior numero di clienti-studenti (con corsi di judo e snowboard, cineforum, viaggi d’istruzione sempre più turistici, sempre meno didattici, ecc), in modo da formare il maggior numero possibile di classi e assicurare, così, il lavoro ai propri insegnanti.
Abbiamo cominciato a finire in presidenza noi docenti, invece che i nostri alunni. Abbiamo iniziato ad essere redarguiti dal Manager per le troppe insufficienze. Abbiamo appreso con una certa difficoltà che il Ministero aveva stabilito una soglia minima di alunni per ogni classe. Se bocci troppo c’è il rischio che la smembrino e tu perda il posto di lavoro. Tutto qui!
La qualità dell’insegnamento? E cosa conta, ormai? La nuova scuola della riforma punta alla quantità, prevede classi di trenta alunni quando è difficile far lezione a venticinque. Non si occupa delle dimensioni e della fatiscenza delle aule. Un’idea per il Ministro: perché non soppalcarle? Che affare raggiungere la soglia dei quaranta studenti, disponendoli su due piani!
Abbiamo iniziato a corteggiare i ragazzi, a promuoverli senza che lo meritassero, per poter mantenere le nostre famiglie. Abbiamo subìto comportamenti sempre più indisciplinati, rimanendo letteralmente disarmati. Molti di noi hanno chiesto almeno la reintroduzione del vecchio voto di condotta, che poteva ancora far «paura». L’unica, recente concessione è stata una valutazione disciplinare che fa media con gli altri voti, che premia anche i più bulli. Sai che pacchia beccarsi un sei o un sette, che non fa che incidere positivamente su una sfilza di quattro e cinque in pagella! Niente meno che l’ennesima iniziativa promozionale rivolta ai nostri clienti.
Ci sono difficoltà di trasporti? Il vostro bimbo torna a casa troppo tardi ed è costretto a saltare la merenda? La scuola provvede con le ore di cinquanta minuti! I genitori vorrebbero tanto andare in montagna tutti i week end? La scuola risponde con la settimana corta! I nostri clienti non hanno voglia di studiare? La scuola si affretta a concedere qualsiasi forma di recupero possibile. Vuoi mica bocciare qualcuno e rischiare di perdere la cattedra? Vuoi mica dare un cinque e vederti arrivare a casa un ricorso?
I nuovi tagli alla scuola rientrano in questa perfetta logica aziendale. La stessa logica che insegna ai nostri giovani a farsi i conti in tasca e a non far niente per niente. Quella stessa filosofia che ha introdotto nelle nostre aule il lessico bancario dei crediti e dei debiti. Spendere meno per incassare di più. La nuova riforma non riforma nulla, va esattamente nello stesso senso delle altre. La quinta e la sesta ora di lezione sono pesanti? Meglio eliminarle, piuttosto che insegnare ai nostri giovani a concentrarsi meglio e di più. Metti che poi, magari, prendano il vizio e comincino a farlo spesso. Metti che imparino poi a concentrarsi su una società che fa buchi da tutte le parti, su una politica che è solo una vetrina per ottenere potere e ricchezza. Su una cultura che è diventata il regno della banalità. Metti, addirittura, che imparino a pensare!
No, no. Meglio tagliare ore a scuola e mandarli a casa prima, a giocare sul computer, a stamparsi davanti alla tv.
Meglio formare generazioni di vitelloni superficiali e ignoranti. Facilmente comprabili, perfettamente manipolabili.


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sabato 6 febbraio 2010

UNA MALEDETTA ABITUDINE

di don Luis
“Ombretta sdegnosa del Mississippi…”. Abbiamo deciso. Ci metteremo sotto debito per mandare il direttore negli States e più precisamente nella clinica specializzata dove è stato ricoverato Tiger Woods, una struttura dove curano le dipendenze (il sesso, nel caso del golfista).
Il fatto è che il direttore, fin da quando ammirava la quieta corrente del Naviglio, - prima ancora delle onde flagellanti la diga foranea di Camogli -, e fino ad oggi, che s’aggira per cantine nell’Isola Verde, ha coltivato (in modo eroico, direbbe don Massimino), se non la virtù della morigeratezza, quella della sobrietà, in un modo addirittura spietato.
“Forse per atavismo” commenta (nessuna insinuazione) il redattore capo, - alias l’Onesto Yago -, quando si trova a solidarizzare con il sottoscritto, mortificato da una delle solite lavate di capo. Per non aver utilizzato i fogli su entrambe le facciate, o per aver dimenticato una luce accesa in redazione, o per aver usato, invece del proprio cellulare, il telefono fisso, che va tenuto sempre libero per le chiamate in entrata. O per mille altri motivi, di cui si era cancellata la traccia nella nostra memoria fin da quando erano finiti i tempi tristi della guerra e del dopoguerra.
Un’ infanzia povera è spesso la spiegazione di questi comportamenti compulsivi che possono nascondere, per esempio, un desiderio, - sempre insaziato -, di danaro o di sesso.
Pensate, in questo secondo caso a Cassano (del direttore infatti diremo un'altra volta: non che gliene manchi la voglia, ma dovrebbe, non essendo un bel calciatorino, por mano alla tasca, e allora…).
Fantantonio è un noto sciupafemmine che non ci ha mai tenuto ad interpretare, a differenza di altri campioni come ad esempio Tiger, la figurina del bravo ragazzo ubbidiente all’allenatore, alla mamma e alla fidanzata.
La maglia numero 99 del sampdoriano è ricercatissima, anche se Lippi sistematicamente lo ignora nelle convocazioni e se negli ultimi incontri di campionato non è sceso in campo “per scelta tecnica” di Del Neri.
Non convocato per giocare in campo, il talentuoso idolo di Barivecchia è stato però chiamato da Antonella Clerici sul palcoscenico di San Remo. “ci tengo a presentare un Cassano diverso da quello che conosciamo”, ha dichiarato la presentatrice, che ad inizio di carriera faceva la giornalista sportiva. Noi abbiamo sempre visto il ragazzo esultare in mutande, qualche volta dopo che si era spogliato della maglietta. Cosa non sarà capace di fare in cambio del ricco cachet con il quale è stato ingaggiato per esibirsi all’ Ariston? Il prezzo che mamma Rai pagherà a questo “valletto” sarebbe 150mila euro per una decina di minuti. Vedremo…Vedremo?
Forse, nella clinica nella quale intendiamo ricoverarlo a nostre spese (pur di guarirlo dalle cattive abitudini) il direttore, oltre a Tiger Woods, potrebbe incontrare, - se Capello ce lo manderà, ora che già gli ha tolto senza esitare la prestigiosa fascia -, il roccioso capitano del Chelsea e della nazionale inglese. John Terry, un londinese purosangue che, con mammà taccheggiatrice e babbo pusher, ha senza dubbio avuto anche lui un’ infanzia difficile.
In tempi felici l’alfiere dei “blues” viaggia su una Bentley personalizzata e con i vetri oscurati, una rarità che non poteva sfuggire all’attenzione dei cacciatori di gossip, per i quali è stato facile appurare perché si poteva vedere la macchina parcheggiata molto spesso dalle parti della villetta dove abita Wayne Bridge, suo compagno di Nazionale e fino a poco tempo fa di club (ora è passato al Manchester City). La causa delle nuove abitudini di John si chiama Vanessa Perroncel.
Molto probabilmente il direttore, nella medesima casa di cura (nella quale, come abbiamo detto, a nostre spese verrà ricoverato), incontrerà anche la modella francese al centro dello scandalo Terry-Bridge. Vanessa, ora si sa, ha sempre avuto un debole per i calciatori ed ambiva al titolo di loro “queen of the wag”, dove l’acronimo sta per woman and girlfriend. Ne sapremo di più quando sarà pubblicato il libro (ne sentivamo la mancanza!) che la povera vittima dei propri comportamenti compulsivi sta scrivendo per monetizzare l’improvvisa notorietà (la richiesta all’editore è di sole 250mila sterline). Oltre a mezzo spogliatoio del Chelsea ( Mutu, Gudjohnsen, Bridge e Terry), ci sarebbe anche un famoso mister. Mourinho ora lavora in Italia, ma non potrebbe essere…?
Il successore di Mou sulla panchina del Chelsea era stato Avram Grant, del quale il Sun di giovedì ha raccontato che nello scorso dicembre è stato beccato come cliente di un centro thailandese di massaggi (speciali).
Il settimanale Oggi, da poco in edicola, fra le ricorrenti voci di una vallettopoli bis, ne rilancia alcune che, oltre al solito Lapo Elkann (povera Juve), chiamano in causa una processione di gente fotografata nella famosa via Gradoli, quella, per intenderci, dove andava Pietro Marrazzo a trovare Brendona. Non solo una ministra in carica accompagnata da un grande industriale, ma anche noti imprenditori ed un sindacalista di livello nazionale. Molti calciatori di serie A, - è il caso di dire -, sarebbero anche loro della partita.
Dopo aver letto sui giornali delle spregiudicate avventure di alcune stelle di prima grandezza del calcio mondiale (a cominciare da Pelè per finire a Ronaldo, per restare in Brasile), la cosa non desta in noi alcuna meraviglia, ma una curiosità ci è rimasta. Riguarda un piccolo particolare: come fa un sindacalista che non arriva a guadagnare quattromila euro al mese a pagare così costose amicizie o, peggio ancora, a tacitare i paparazzi in possesso delle foto compromettenti?
Brutte abitudini, maledette abitudini, “auri sacra fames” diceva il pur mite Virgilio.
Don Massimino, al quale abbiamo riferito delle nostre caritatevoli intenzioni verso il direttore, da parte sua ci ha consigliato di rivolgere preghiere ad una Madonna poco conosciuta: Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, la cui immagine è possibile vedere nella cattedrale di Haiti (gliene ha scritto il camilliano di origini ischitane Vincenzo Di Meglio, da molti anni missionario in quell’isola sfortunata).
Non avendo il dono della fede, abbiamo deciso di prezzolare una pia donna che preghi al posto nostro per ottenere la guarigione del direttore.
A qualsiasi costo, per caro che possa essere, vogliamo che il direttore guarisca dalla inveterata abitudine che lo infelicita senza che lui stesso se ne renda conto. Quando sarà tornato andremo a Buonopane (frazione di Barano, Ischia) da dove manderemo una cartolina all’isola caraibica, berremo un bicchiere e lui racconterà come ha capito che, per quanto danaro si possa accumulare, sempre ci si sente e, quel che è peggio, si vive da povero.
Un articolo dedicheremo alla sua nuova munificenza, vi faremo sapere quanto largheggi, anche nei nostri confronti, dopo il suo ritorno dall’America.


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giovedì 4 febbraio 2010

ORA IL FMI VUOL PRIVATIZZARE ANCHE L’ARIA

di Comidad
Dalla fiera della vanità del vertice economico di Davos, è pervenuta una notizia concreta: il Fondo Monetario Internazionale sta allestendo un fondo di cento miliardi di dollari per “assistere” i Paesi nel contrasto ai cambiamenti climatici. Per chi conosce l’effettivo funzionamento delle tecniche di credito del FMI, la notizia è inquietante.
Il recente vertice mondiale di Copenaghen sul clima era stato soltanto una trappola propagandistica tesa dagli Stati Uniti alla Cina, in modo che Sant’Obama potesse presentare i perfidi e irresponsabili Cinesi come indifferenti alle sorti del pianeta minacciato dal riscaldamento globale. Grazie al vertice di Copenaghen, gli Stati Uniti hanno potuto dotarsi dell’aureola di Paese investito della sacra missione di salvare il pianeta dalle velleità di industrializzazione accelerata di Paesi irresponsabili. Il lancio dell’emergenza-riscaldamento globale trova così il suo sbocco “naturale”, cioè giustificare l’ingerenza dell’affarismo privato negli affari interni dei vari Paesi, ciò nel supremo interesse della salvezza della Terra.
Il FMI comincia infatti ad agire come se da Copenaghen fosse uscito un accordo, e non semplicemente una volontà statunitense, poiché la super-banca condizionerà i suoi prestiti ai vari Paesi anche ad una serie di clausole ambientali. Il FMI opera soprattutto con fondi pubblici, ma, a dispetto del suo inquadramento giuridico in ambito ONU, esso costituisce un ente privato a tutti gli effetti, infatti è una propaggine della Federal Reserve statunitense, controllata dai soliti Rothschild e Goldman Sachs.
Il giovane barone David de Rothschild, in una intervista di circa un anno fa alla vigilia di un suo viaggio ecologico su una imbarcazione di bottiglie di plastica, respinse con decisione i sospetti che l’emergenza riscaldamento globale fosse un complotto della sua famiglia per gestire il relativo business che si prospetta. Il giovane barone magari avrebbe rischiato anche di essere creduto, se non avesse pubblicato la versione italiana della sua bibbia ecologica per salvare il pianeta presso la casa editrice Mondadori, la stessa di Roberto Saviano; ciò a dimostrazione del fatto che coloro che ordiscono i complotti poi si fanno smascherare perché non curano i dettagli. Dall’annuncio del suo viaggio, non risultano altre notizie del giovane Rothschild, che potrebbe essere quindi annegato nel tentare la nobile impresa. Per fortuna ci rimane il suo testamento spirituale, cioè la bibbia ecologica depositata presso i titoli della Mondadori.
In interviste reperibili su Youtube, il generale in pensione Fabio Mini ha affermato che esistono sicuramente sperimentazioni in fase avanzata di armi ambientali, cioè in grado di influenzare sia i fenomeni atmosferici che i movimenti tettonici. Il recente terremoto di Haiti ha rilanciato queste ipotesi.
In realtà, il fatto che il terremoto di Haiti sia stato preso a pretesto dagli USA per una invasione militare, in sé non dimostra che il terremoto sia stato provocato a bella posta, dato che gli Stati Uniti hanno sempre avuto una inesauribile fantasia nel trovare pretesti per effettuare invasioni. Sarebbe bastato ad Obama invocare una qualsiasi emergenza di ordine pubblico, ed in effetti così è stato, poiché la massiccia presenza militare è stata giustificata con la necessità di far fronte ad un presunto banditismo. Il sisma ha raggiunto le dimensioni di tragedia proprio perché i militari USA hanno impedito ogni possibile soccorso, compreso quello volontaristico da parte degli abitanti. Ciò è risultato chiaramente dalle parole di Guido Bertolaso, il quale, abituato da sempre a farsi bello attribuendosi il merito del lavoro altrui, stavolta ha dovuto invece constatare che sono stati i militari USA a bloccare ogni soccorso.
Ora, non vi è dubbio che sia in atto una ricerca e sperimentazione di armi ambientali, come pure è certo che se tali armi fossero operative sarebbero immancabilmente usate; d’altra parte di questa operatività non si ha, per il momento, alcuna prova sicura.
Al contrario, del modo di agire del FMI si hanno sin troppe prove ed esperienze. Il FMI, sin dalla sua fondazione nel 1946, costituisce un collaudato collettore di denaro pubblico nelle tasche di compagnie multinazionali, che vengono finanziate per investire nei Paesi da “aiutare”, i quali vengono posti nella alternativa di entrare nel circuito economico mondiale a determinate condizioni-capestro, o di essere sottoposti a sanzioni, sia economiche che diplomatiche, diventando bersaglio delle Organizzazioni Non Governative per la difesa dei diritti umani (i diritti umani delle multinazionali, ovviamente). Qualunque governo non accetti quelle condizioni viene perciò criminalizzato, e qualificato dai media mondiali come “dittatura”, così come è capitato di recente ai governi di Mugabe, Ahmadinejad e Aristide.
Le multinazionali ora hanno a disposizione cento miliardi di dollari per allestire programmi di “difesa del clima”. I Paesi “beneficiari” di questi programmi di “tutela ambientale” dovranno farsi carico del finanziamento, indebitandosi con il FMI che ha anticipato i soldi. Quindi, a proprie spese, molti Paesi saranno costretti ad ipotecare il proprio futuro ed a cedere il loro territorio a compagnie straniere, affidando a queste compagnie anche la gestione del clima.
Dovunque il FMI sia riuscito ad imporre le proprie regole, tutto è stato privatizzato: materie prime, industrie, terreni, patrimoni immobiliari, beni culturali, acqua. Ora, in nome dell'emergenza-riscaldamento globale, tocca al clima, cioè all’aria.
Già negli Stati Uniti si prospetta una politica tariffaria per far pagare l'uso dell’aria ai cittadini, tassando le loro emissioni inquinanti. Si sa che lo Stato non può e non sa occuparsi di tutto, perciò la scelta più saggia sarà, come sempre, quella di seguire i consigli del FMI, appaltando il tutto a delle SPA, che potranno generosamente incaricarsi di monitare tutte le emissioni sospette e di riscuotere quanto dovuto dai cittadini, che notoriamente hanno il vizio di inquinare con la loro sola presenza, non importa quanto siano poveri; anzi più sono poveri, meglio è, dato che è molto più facile derubare i poveri che i ricchi.
Di qui a poco potrebbe accadere anche in Italia, e magari il Partito Democratico, come ha già fatto per la privatizzazione dell'acqua, ci rassicurerà dicendo di dormire sonni tranquilli, perchè l'aria in sé rimarrebbe di proprietà pubblica, e solo la sua gestione verrebbe privatizzata.


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sabato 30 gennaio 2010

PILATES

di don Luis

Non ce la facciamo più. Non bastavano le vessazioni che ci infligge il direttore di Adhoc-crazia, e il medico che per salvarci la vita ci fa morire di fame, e gli amici che non lesinano buoni consigli su come trattare le donne o come scegliere un irreprensibile referente politico.
Ci mancava solo questo, che il nostro cugino omonimo, - sedicente poeta del quale già sapete -, prendesse la pessima abitudine di renderci visita con sempre maggiore frequenza allo scopo di declamarci qualche suo capolavoro appena sfornato.
Si è presentato l’altro ieri (naturalmente a orario di pranzo) ed ancora col piede sulla soglia ha recitato tutto magniloquente :”Lode sia a Pilates, il prode cavaliero / che aveva una palla per destriero / e vi poneva in sella / vezzosa una donzella / che a bocca aperta mirava il guerriero.”
Abbiamo studiato, siamo curiosi, ci piace svolgere ricerche su argomenti di storia patria. E così abbiamo facilmente ricordato che Pilato, - cognome molto diffuso nell’Isola Verde dalla quale scriviamo -, non ha parentela alcuna con un latino Pilosus e che se ne deve bensì rinvenire l’origine nel giavellotto che armava la mano “de nos ancetres, le romains”: il pilum, da cui deriva il cognomen di quel famoso prefetto di Giudea che liberò Barabba e non mise quell’altro all’ergastolo.
Abbiamo continuato le indagini ed abbiamo appurato che Pilates è il nome di un tale che inventò un sistema di allenamento focalizzato sul miglioramento della fluidità dei movimenti, particolarmente apprezzato da certe nostre conoscenti che frequentano la palestra per tenersi in forma.
E’ tutto scritto: nomen – omen. La body ball che viene utilizzata negli esercizi di quella particolare ginnastica si chiamerebbe “pila” in latino e quindi questo Pilates…, ma questo non c’entra. Il fatto è che, - come abbiamo letto in una locandina pubblicitaria capitataci sotto mano -, questo attrezzo può essere utilizzato in molti modi, “durante il fitness o come sostituto per una sedia…”.
“Sostituto per una sedia…” Abbiamo cominciato a capire da dove quel giorno fosse sortito l’estro poetico del cuginastro: immaginate una sfera di 75 cm di diametro sulla quale sia sdraiata in postura da ballerina una bellezza che vi guarda con occhi golosi…Capito?
Per la verità non è che immediatamente i versi avessero ricreato nella nostra mente l’immagine che avevano visto gli occhi del poeta. L’illuminazione ci è venuta quando, assistendo alla trasmissione Chiambretti Night, abbiamo ascoltato Cori Rist, trentunenne americana dell’Ohio, parlare dei suoi incontri con Tiger Woods. Alla domanda: “Durante la loro relazione non sapeva che lui frequentasse anche altre?” l’ex modella ha risposto: “No, credo sia semplicemente un porco.”
E’ stato un lampo: l’evocazione della bestia domestica dalla carne (asseriscono gli antropofagi) tenera e dolce quasi quanto quella umana, ci ha richiamato alla mente immagini che non sapevamo di aver conservate nell’archivio della memoria. Fulmineamente si è composto nella nostra scatola cerebrale un movie la cui sceneggiatura si apriva con l’osceno animale che attentava alla virtù dei padri del deserto. Veniva poi inquadrata la casa posta proprio di fronte a quella dove in Roma abitava il nostro santo protettore sortito dalla nobile famiglia Gonzaga. Per non farla lunga, fra dissolvenze e primi piani, siamo arrivati fino a quella boccuccia dischiusa che invitava a farci più vicino al pallone di Pilates e abbiamo capito la vera utilità dell’invenzione. Avete capito anche voi?
Sempre seguendo in un certo senso questo filone di pensiero, abbiamo riflettuto pure sul fatto che, se per Tiger era facile pagare, ricompensare le sue fatiche non sarebbe stato altrettanto agevole per chi avesse avuto a che fare con lui. Pensate che il golfista guadagna 8.168,46 dollari al minuto (è stato il primo sportivo della storia a guadagnare un miliardo di dollari); una bella cifra comunque, anche quando si sia molto ricchi/e
Secondo il sito Radaronline la moglie di Tiger, - Elin Nordgren -, si è recata in visita al marito ricoverato dal 30 dicembre scorso nel “Pine Behavorial Health and Addiction Services” in Mississippi e già si parla di perdono in vista. Il ricco paziente infatti è nelle mani del dottor Patrick Carnes, coordinatore del complesso programma di recupero per sesso-dipendenti che prevede sei settimane di cure. Alla fine del “rehab” la pace? Sai che divertimento!
Se potessimo parlare al campione gli diremmo: “Sta a sentire, fiocco di lana. Il danaro non è tutto e tu ne possiedi abbastanza da poterti godere una lunga vita frequentando i circoli (di golf) più esclusivi e le palestre (di Pilates) più costose.”
Stesso discorso che rivolgeremmo, se solo ne avessimo il coraggio, al direttore che sembra aspirare ad un passaggio di ceto: da intellettuale squattrinato (e perciò rivoluzionario) a ricco possidente (e perciò conservatore).
Comportamenti compulsivi? Mica ci sentiamo di condannarli tutti.
Ad Abu Dhabi ha trionfato il 24nne golfista Kaymer, ti crande Cermania. Giovane, bello e milionario sembra non avere punti deboli, di quelli almeno che hanno indotto Lapo Elkann (povera Juve) a pagare 300mila euro per una foto. Ma non poteva consigliarsi un po’ con Le Grottaglie?
Stiamo pensando di telefonare al difensore bianconero per saperne di più ed informarci anche se è vero che ai 30mila cassaintegrati Fiat si andrà ad aggiungere Ferrara, sostituito da Zaccheroni dopo nove sconfitte (l’ultima da parte di quella che Galliani definisce “l’altra squadra di Milano”).
Avrete capito da un pezzo che, al contrario di certuni che in redazione predicano bene e poi razzolano male nella Stoa, non ci piace atteggiarci a moralisti. I sepolcri imbiancati non riscuotono la nostra ammirazione e lo stesso dicasi di quelli che eccellono in esercizi dialettici ed infiorettamenti. A proposito dell’anticipo di stasera al San Paolo di Napoli, qualcuno ha gufato adducendo la “legge dei grandi numeri”. Anatema sit!
La dialettica non ci ha mai insegnato ad essere, - come dicono -, ragionevoli. E’ questa una virtù precipua del nostro direttore e cogliamo l’occasione, visto che lo abbiamo ricordato, per narrarvi l’ultimo aneddoto che lo riguarda. Nei giorni scorsi lo abbiamo visto tanto immerso nella lettura di un libro del quale avevamo sbirciato in copertina il nome dell’autore, - un certo barone von Sacher Masoch -, che non abbiamo potuto trattenerci dal chiedere qualche notizia in più. La risposta è stata che si trattava di un esperto in torte al cioccolato: ci ha lasciato insomma arguire che era una specie di duca Cavalcanti di Buonvicino in salsa viennese.
Non era così. Il redattore capo ci ha aperto gli occhi con una semplice domanda: “Ma non hai pensato che genere di soddisfazioni possa dare al nostro Tafazzi quel bastone da golf che tiene in anticamera?”
Riletto il pezzo, aggiungo soltanto la frase che il Pibe ha usato nell’ultima conferenza stampa: “Con el perdòn de las damas”. Se vi sembra che abbiamo esagerato (a proposito del Pilates, non del libro misterioso), “chiediamo scusa alle signore.”


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giovedì 28 gennaio 2010

LA RICCHEZZA NON È REDDITO DA CAPITALE, MA DA FURTO

di Comidad
Quando il segretario della CGIL Epifani ha lanciato la proposta di uno sciopero generale per promuovere una riforma fiscale, si è attirato una reprimenda da parte dei segretari di CISL e UIL. Il fatto che i segretari di CISL e UIL si siano profusi nelle consuete manifestazioni di servilismo verso il governo ed il padronato, non implica di per sé che la linea di Epifani abbia un senso.
Il tema della riforma fiscale è un po’ come quello della riforma istituzionale, serve cioè a rimandare il tutto ad una scadenza fittizia, apparentemente urgente, ma in effetti dilazionabile all’infinito, il cui risultato certo consiste soltanto nella delegittimazione delle garanzie esistenti.
Non a caso il Presidente del Consiglio - che ha attuato nel più assoluto silenzio una raffica di privatizzazioni natalizie - ora lancia pubblicamente ed enfaticamente una proposta di riforma fiscale, senza avere alcuna voglia di farla, ma solo per far abboccare la CGIL. In tal modo il sindacato delegittima se stesso e la propria funzione, poiché la difesa del salario viene demandata non ad un aumento dello stesso salario, ma ad una riduzione della pressione fiscale da parte dello Stato.
Un sindacato ha in realtà un modo diretto e semplice per “tassare” il padronato, rivendicando cioè il pagamento di salari più alti. La funzione storica del sindacato era infatti quella di scavalcare la mediazione del governo, non di invocarla. Il sindacato si pone come organizzazione di classe, quindi dovrebbe partire dal presupposto che lo Stato non sia neutrale, ma che, al contrario, costituisca un apparato funzionale al privilegio affaristico.
D’altra parte, il sindacato non è stato soltanto oggetto di una infiltrazione del suo gruppo dirigente, ma anche di una colonizzazione ideologica, che lo ha indotto a prendere come oro colato tutto il repertorio mitologico del vittimismo padronale. È la vecchia fiaba ufficiale del ricco che vive sempre insidiato dall’invidia sociale dei poveri, che cercano subdoli espedienti legali per espropriarlo. Il mito della “via fiscale al socialismo” fa il paio con il mito, altrettanto fasullo, delle “toghe rosse”, costituisce cioè un prodotto del vittimismo dei ricchi, i quali evocano tutta una serie di spettri della minacciata uguaglianza sociale: la “imposta progressiva”, la “patrimoniale”, la “tassazione delle rendite da capitale”. In questa fiaba il ricco, tartassato da un fisco manovrato dai poveri, non può svolgere tranquillamente la sua santa missione di creare altra ricchezza per la società. Ecco che allora il ricco è costretto ad impugnare la bandiera della “rivolta fiscale” ed a farsi condottiero e vindice dei meritevoli soffocati dall’invidia sociale. In questo scenario fiabesco, il copione assegna alla cosiddetta "sinistra" il ruolo del partito delle tasse, destinate ad alimentare una gigantesca spesa sociale, un assistenzialismo pubblico che deprimerebbe la concorrenza e il "mercato".
In realtà la spesa sociale non solo è cosa distinta dalla spesa pubblica, ma ne costituisce una parte minima. Attraverso un gioco degli equivoci, sia i politici che i giornalisti fanno credere che persino le pensioni siano a carico della spesa pubblica dello Stato, mentre invece sono completamente pagate dai contributi versati dai lavoratori all'INPS. A sua volta l'INPS usa il suo attivo di bilancio per sostenere la cassa integrazione, la quale però costituisce più un'assistenza alle imprese che ai lavoratori. La cassa integrazione è infatti diventata per le imprese un modo per risparmiare sul costo del lavoro, dato che i padroni, mentre da un lato mettono in cassa integrazione una parte dei lavoratori, nel frattempo fanno fare gli straordinari ai lavoratori rimasti.
I contributi pensionistici sono quindi usati per alimentare un assistenzialismo per ricchi, ed a riguardo non mancano i casi clamorosi. Ad esempio, alla fine degli anni '70 i lavoratori subirono per parecchio tempo una trattenuta per alimentare un ipotetico "Fondo Perequazione Pensioni", che però non fu mai attivato, dato che il fondo fu fiscalizzato e dirottato a finanziare le imprese private. Questo è il mondo reale, in cui si ruba ai poveri per dare ai ricchi, e infatti uno dei prossimi bersagli delle privatizzazioni è proprio l'INPS.
Se persino i contributi pensionistici dei lavoratori sono usati per assistere i ricchi, figuriamoci poi quanto i ricchi possano attingere direttamente dalle casse dello Stato. Oggi si discute se sia giusto che la FIAT riscuota finanziamenti statali mentre licenzia i lavoratori di Termini Imerese, ma si dimentica che i licenziamenti a Mirafiori nel 1980 erano già stati finanziati dallo Stato, che aveva appena versato alla FIAT sessantamila miliardi di lire dell'epoca con la Legge per la Riconversione Industriale. In una lacrimevole intervista di un anno fa, Massimo D'Alema si lamentò dell'ingratitudine della Confindustria, sempre sprezzante e insolente verso il governo Prodi, che pure era così prodigo di finanziamenti agli imprenditori.
Quasi tutti credono alla "mano invisibile del mercato", sebbene nessuno l'abbia mai vista, e intanto non ci si accorge di una cosa evidente come il fatto che i ricchi sono tali non solo perché pagano poche tasse, ma soprattutto perchè sono assistiti dallo Stato. Persino le privatizzazioni vengono tutte operate a carico della spesa pubblica e del patrimonio pubblico, senza che il privato ci spenda un soldo di suo. Negli ultimi mesi i patrimoni immobiliari delle aziende municipalizzate idriche, delle Università, della Difesa, della Protezione Civile e del Demanio dello Stato sono stati regalati dal governo ad affaristi privati attraverso vari artifici pseudo-legali, come fondazioni e SPA.
Con il pretesto della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e con il trucco del “federalismo demaniale”, l’intera Provincia di Reggio Calabria è divenuta di proprietà della multinazionale edilizia Impregilo. In più, per la costruzione di un ponte che probabilmente non si farà mai, finora la Impregilo non ha sborsato un soldo, dato che i finanziamenti sono tutti statali. Quale “imposta patrimoniale” potrebbe mai ovviare ad un saccheggio del genere?
Dovunque le privatizzazioni siano riuscite ad imporsi a tappeto, non solo i poveri sono diventati più poveri, ma anche il ceto medio è stato travolto e ridotto alla miseria. È la storia dei Paesi dell’America Latina e di tutte le parti del mondo dove il Fondo Monetario Internazionale sia riuscito ad imporre il vangelo delle privatizzazioni. Il vangelo del FMI impone anche i tagli alla spesa sociale, e non perché ciò incida davvero sulla spesa pubblica - che ha tutt'altri oneri e scopi-, ma in quanto determina un minor numero di posti di lavoro nella pubblica amministrazione, quindi disoccupazione, e ulteriore calo del costo del lavoro. Che la povertà non sia un incidente di percorso, ma un preciso obiettivo dell'affarismo, è indicato dal fatto che il FMI ha spalancato le porte ad uno dei più grossi business mondiali di sfruttamento della povertà, cioè le agenzie di recupero crediti, le quali risultano determinanti anche nel fenomeno della migrazione; perciò i migranti arrivano qui non perché attirati da un presunto "italian dream" - di cui, giustamente, non gli frega nulla -, ma perché costretti per poter pagare un frigorifero comprato a credito, o le esose bollette dell'acqua privatizzata.
Come fare per convincere il ceto medio - colpito dalle privatizzazioni e dagli attacchi al pubblico impiego - a ritornare all’ovile ed a schierarsi con quella borghesia che lo sospinge verso la precarietà? Basta spaventarlo chiamando Epifani e facendogli dire che i risparmi in obbligazioni e titoli di Stato di tanti impiegatucci sono minacciati dal fisco a caccia di “rendite da capitale”; così il risparmiatore viene convinto che la sua sorte personale sia legata a quella di Rothschild e della Impregilo, piuttosto che a quella degli operai.


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sabato 23 gennaio 2010

PRESENTISMO

di don Luis
Diciamo subito che il nostro titolo non vuol riferirsi a chi non perde occasione, specie in questa vigilia elettorale, per farsi notare o fare, comunque, la sua brava dichiarazione. E neppure bisogna ricercarvi il riferimento ad una corrente filosofica, erede naturalmente del futurismo, della quale potrebbe essere alfiere e corifeo il direttore di Adhoc-crazia.
La spiegazione è molto più semplice e si riferisce al vostro non più giovane cronista sportivo.
Rileggendo Camus, - che è tornato prepotentemente di moda -, ci siamo rivisti nella sua affermazione: “Una frase soltanto basterà a definire l’uomo moderno: fornicò e lesse i giornali.”
Quanto al fornicare, non ricordiamo più niente, se non fino a qual punto ci incuriosisse quel verbo all’epoca della scuola di dottrina e ci interrogavamo sulle strane abitudini delle formiche.
Quanto alla lettura, con tutte queste Coppe e questi Campionati, con i turni infrasettimanali e le amichevoli di lusso, rimpiangiamo talvolta i tempi nei quali il lunedì, per sapere tutto sul campionato, bastava acquistare Gazzetta e Corriere dello sport (fatti salvi gli approfondimenti del martedì sul Calcio Illustrato), ma non ci dispiace il fatto che, traendone a motivato pretesto questa nostra rubrichetta, l’odierna sovrabbondanza mediatica ci permette di mascherare, in nome della dea Ragione, la nostra attuale mancanza di interesse e per le cronache politiche e per la critica letteraria à la page. Radio, televisione, web, carta stampata? Grazie, ne prendiamo giusto quel poco che basta al nostro articoletto del sabato.
I rimpianti che oggi ci angustiano riguardano quel che poteva avvenire, ma non è avvenuto. Ci riferiamo, collegandoci direttamente con la chiusa dell’articolo precedente, al derby cosiddetto del sud, che ha visto un equo pareggio al San Paolo fra Napoli e Palermo.
Fra De Laurentis e Zamparini c’è stato nel dopopartita un duro scontro polemico e il presidente rosanero, oltre a dichiarare che l’altro faceva i film e non ne capiva di calcio, ha detto: “Rosetti ha avuto il coraggio di fischiare due rigori contro l’Inter, se Orsato non ha lo stesso coraggio, che vada ad arbitrare i dilettanti.”
Eh già, ma sul pareggio dell’Inter, come su quello del Napoli, si sapeva che le legioni di tifosi dell’una e l’altra squadra non avevano puntato e d’altronde la macchia avrebbe premiato troppo.
Ci siamo presto rassegnati a vedere deluse le nostre speranze. E’vero, abbiamo riflettuto, avessero vinto gli azzurri, si sarebbero bellamente accomodati al terzo posto in classifica, ma poteva anche accadere diversamente dagli auspici e dal risultato. Accontentiamoci perciò, e speriamo nei tre punti (ma chi segna?) domenica prossima a Livorno.
Il futuro riposa nel grembo di Giove e noi che pur siamo - figuratevi! - gli eredi della Sibilla Cumana e delle janare (Dianare) longobarde, non tentiamo più di prevederne le mosse al risveglio. Sappiamo che ogni tentativo di leggere i diversi destini umani, specialmente quando si incrociano nel mondo calcistico, non può avere speranze di successo.
Il nostro corso di studi in futurologia fu completo e accurato: la Smorfia, i tarocchi, carte napoletane e francesi, arcani maggiori e minori, sfere, pendolini, numeri magici e via dicendo, la nostra cultura in proposito è completa, tanto da averci in passato permesso, come qualcuno dei lettori ricorderà, importanti vincite al gioco del lotto.
Tutta la nostra scienza però a nulla vale quando ci andiamo a scontrare con le leggi inesorabili di un mercato dopato dagli sponsor e dalla mafia internazionale dei bookmakers. Era tutto molto più semplice quando non si scommetteva on line e il mecenatismo sportivo faceva aggio sulla rèclame della crema Nivea.
Si fa un gran parlare in politica dei tempi di Tangentopoli e c'è ancora chi sputa veleno su Moggiopoli. Siamo sicuri che oggi le cose stanno molto peggio.
Avendoci cominciato a capire qualcosa, siamo stati facili profeti a prevedere che, “riabilitato” molto più velocemente di quanto si possa fare per un politico, Tiger sarebbe tornato presto a calcare i campi di golf: troppi importanti marchi lo tenevano sotto contratto. Dopo aver visto una delle sue care (in senso venale) amiche, - la 31enne americana Cori Rist, ospite della trasmissione Chiambretti Night -, ci siamo chiesti se si poteva prestar fede alle voci che spiegavano l’aggressione furiosa della bionda moglie al campione con il motivo che qualcuno l’aveva informata delle frequentazioni maschili del consorte. Noi non possiamo credere che Tiger, con tutte le cose che aveva da fare, potesse trovare il tempo di non deludere la metà sbagliata del cielo e abbiamo perciò sospeso il giudizio. Siamo certi però che il mito dell’eroe che risorge, e la diffusione del vizietto su scala mondiale, faranno vendere di più e meglio ai marchi che lo tengono sotto contratto.
Siamo anche convinti del fatto che la Federtennis internazionale, presieduta da Francesco Ricci Bitti, si dovrà arrendere nei confronti della Atp, l’associazione dei giocatori che nel proprio consiglio direttivo, fra gli altri, vede la presenza del numero 1 mondiale (Roger Federer), del numero 2 (Rafael Nadal) e del numero 3 (Novak Djokovic). E’stato proprio quest’ultimo a dichiarare: “A Melbourne, durante l’Australian Open, ci riuniremo per discutere l’eventualità di una Coppa del mondo da disputarsi ogni due anni al posto della Coppa Davis.”
La vecchia insalatiera d’argento sarà sicuramente sostituita con un trofeo d’oro ed il perché lo ha spiegato il croato Ljubic: “Il tennis si è evoluto, è arrivato il momento di cambiarne certi aspetti. Ormai giocare tre set su cinque per tre giorni di seguito è davvero troppo per noi. È proprio per questo motivo che io non mi sono più reso disponibile per la Davis”.
Il fatto è che i tornei li fanno i giocatori e che interessati a pagare lo spettacolo sono i loro sponsor. L’idea che circola al momento è quella di una Coppa del mondo con cadenza biennale, match spalmati su dieci giorni, incontri due set su tre, time limit tra un punto e l’altro, sostituzioni obbligatorie per permettere a tutti di giocare ed ampliare il giro delle scommesse.
In tutto il mondo, Italia compresa, capeggia le classifiche il film catastrofico di Roland Emmerich, 2012, che ci mostra in anteprima l’imminente fine del mondo. Noi ne siamo stati indotti a tuffarci nell’edonismo estremo. Sapendo che saranno gli ultimi, ci godremo ancora di più i mondiali di calcio, i giochi olimpici, gli incontri di Coppa Davis. Accontenteremo al massimo la nostra golosità, si tratti di assaggiare il salame d‘oca di Mortara, di brindare col vecchio Barolo, o si tratti di goderci i costumini delle tenniste, le grida gioiose delle nostre invincibili pallavoliste, in una parola, tutte le piacevolezze che il mondo, ancora per poco, ci offre. Non sprecheremo il nostro tempo per gareggiare nei pub con gli scozzesi, per piangere su politiche trombate, per discettare se il miglior arbitro mai esistito sia stato, come afferma l Istituto di storia e statistica del calcio, Pierluigi Collina, preferito al tedesco Markus Merk.
“Faccia chi può, prima che il tempo mute; chè tutte le lasciate son perdute.”
Chi se ne importa se il nostro fantasista preferito (Cassano) è andato fuori squadra per parolacce all’allenatore, se il Berlusca ha visto bene cedendo l’astro Kakà e comprando il “bollito” Ronaldinho, se Mutu segna a ripetizione; se Lippi metterà in campo una nazionale diversa da quella che avremmo disegnata noi, tifosi in poltrona. E, se dopo la congiura del cambio del calendario ai danni dell’Inter e a favore del Milan, i rossoneri coglieranno nel derby della Madonnina un alloro “che era follia sperar”? Chi se ne importa!
Nostro messaggio per il direttore: “Ruit hora, philosophe, et ergo carpe diem”: datti da fare, non por tempo in mezzo. Che te cale di Mou, di Moratti, del golf?


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giovedì 21 gennaio 2010

HAITI NON È COSÌ POVERA DA NON POTER ESSERE ANCORA DERUBATA

di Comidad
Risulta ormai evidente che il terremoto di Haiti è divenuto il pretesto dell’ennesima invasione militare statunitense. Di fronte a questa plateale aggressione militare, ordinata da Sant’Obama con i soliti pretesti umanitari, qualcuno si è spinto ad ipotizzare che lo stesso terremoto sia stato l’effetto di super-armi segrete di cui gli USA sarebbero in possesso. Ma in tal modo ci si spinge nel campo della pura speculazione, dato che l’esistenza di tali armi può essere solo immaginata. Laddove non c’è da immaginare, ma solo da constatare, è invece sul ruolo che ancora una volta stanno svolgendo i media di tutto il mondo, impegnati a fornire giustificazioni alla presenza militare statunitense.
I toni con cui i media enfatizzano presunti episodi di banditismo, rappresentano la scontata giustificazione della presenza dei marines per le strade della capitale haitiana; perciò, dietro il paravento del pietismo mediatico, si è immediatamente potuto scorgere l’intento di criminalizzare un intero popolo, presentandolo come vittima e carnefice di se stesso, in base ad uno schema precostituito e ricorrente di psico-guerra colonialistica.
Inoltre nessun commentatore ha neppure provato a spiegare i motivi logistici per i quali è presente di fronte alle coste haitiane anche una portaerei statunitense, che, chiaramente, può servire da supporto solo per velivoli da caccia e non per il trasporto di mezzi di soccorso. Si tratta di un’omissione significativa, ed anch’essa indica un atteggiamento di complicità dei media.
È scomparso inoltre dai mezzi di comunicazione quello che avrebbe dovuto costituire l’ovvio interlocutore di qualsiasi iniziativa di soccorso, e cioè il governo haitiano, come se il crollo delle cupole del palazzo presidenziale avesse cancellato di colpo la presenza di qualsiasi autorità civile sul posto. Non risulta infatti che l’intervento militare statunitense sia stato in nessun modo concordato, e la solita ONU si è soltanto affannata a legittimarlo a posteriori. Una razza subalterna di ex schiavi non ha neanche il diritto di chiedere aiuto, ma altri devono pensarci per loro, perciò oggi i militari statunitensi controllano l'aeroporto di Port-au-Prince, e il criminale Clinton coordina gli "aiuti", tra cui si annoverano le ONG, e persino Bertolaso, il che è una garanzia.
Le ipotesi giornalistiche sul numero delle vittime del sisma sono state improntate da subito ad un allarmismo privo di riscontri, e che appariva soltanto mirato a giustificare il fatto che si scavalcasse ogni procedura del diritto internazionale.
La super-arma di cui gli USA sicuramente dispongono sono i media mondiali, che possono creare l’emergenza anche laddove non ci sia, oppure presentare una vera emergenza con i contorni adatti a far apparire le scelte statunitensi come le sole possibili per far fronte alla tragedia in atto. Dato che catastrofi naturali non mancano mai, ne deriva la legittimazione di un colonialismo “umanitario”, il quale in sé non rappresenterebbe una novità, poiché da sempre il colonialismo ha accampato pretesti umanitari, spacciandosi per “aiuto” o “civilizzazione” di popoli barbari.
Nella propaganda dei media appare poi particolarmente sospetta l’insistenza sulla miseria degli Haitiani, come se due secoli di ingerenze, aggressioni e massacri da parte statunitense fossero stati dettati unicamente dal pio desiderio di soccorrere dei bisognosi. In realtà nessuno è così povero da non poter essere ancora derubato.
In effetti Haiti risulta interessante per il colonialismo statunitense sia per le sue risorse di materie prime (scienziati francesi vi hanno anche scoperto recentemente giacimenti di petrolio, e ciò spiega perché della missione "umanitaria" italiana faccia parte anche l'ENI), sia per la sua posizione geografica strategica sul piano militare e commerciale, sia per la sua riserva di manodopera a costo quasi zero. I predecessori di Obama, Bush e Clinton, non hanno mai allentato la morsa su Haiti, ed hanno sempre posto come condizione per il ritorno del Paese alla “normalità democratica” la consueta ondata di privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali. Il presidente haitiano Aristide, inviso alle multinazionali, dovette svolgere il suo mandato tra l'ostilità degli organismi finanziari internazionali, ed anche dei media "progressisti" del sedicente Occidente, che gli rimproveravano di non essere sufficientemente puro e immacolato da risultare "degno" di opporsi alle aggressioni statunitensi (come se per opporsi alle rapine occorresse una patente rilasciata dal rapinatore); così i media "progressisti" hanno plaudito al colpo di Stato che ha cacciato definitivamente Aristide nel 2004.
La povertà non è uno spiacevole effetto collaterale del sistema affaristico, ma costituisce, al contrario, il fondamento di tutto il sistema. Il filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville, vissuto tra il ‘600 ed il ‘700, affermava che per gli affari i poveri sono la principale risorsa, la materia prima basilare, perché è più facile derubare i poveri che i ricchi, e perché li si può costringere più agevolmente a condizioni di lavoro umilianti e sottopagate: “La fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi può prosperare e digerire senza di essa?” (La Favola delle Api).
Per quanto avvolte di retorica autocelebrativa, le tesi di Mandeville erano però troppo esplicite e rischiavano di aprire gli occhi alle vittime del sistema degli affari. Dalla seconda metà del ‘700, con il filosofo scozzese Adam Smith, la propaganda affaristica - o sedicente scienza economica - ha scelto perciò una strada diversa, più sottile e insinuante, ed invece di limitarsi a celebrare l’esistente, ha confezionato, ad uso delle vittime dell’affarismo, il mito di un “mercato” governato saggiamente da una “mano invisibile”. La dottrina esoterica della “mano invisibile” aveva lo scopo di confondere le idee alle vittime dell’affarismo, e di convincerle che sarebbero potute accedere ai vantaggi del paradiso del “mercato”, se solo avessero abbassato le difese e si fossero aperte fiduciosamente all’aggressione del colonialismo.
Nasceva così l’utopia del cosiddetto “capitalismo”, uno slogan fumoso e contraddittorio, che conferiva alle rapine affaristiche la dimensione impersonale di una ineluttabile legge dell’economia. Il termine "mercato" è così radicato nell'immaginazione delle persone, che oggi queste davvero credono che i rapporti affaristici internazionali siano regolati dalla compravendita, quando invece sono ancora la pirateria ed il saccheggio la prassi abituale delle multinazionali in molti Paesi, come il Congo, ed ora, di nuovo, anche ad Haiti.
Quando però la propaganda non basta, e le vittime di turno non si lasciano convincere dei vantaggi di un “libero mercato” inesistente e mai esistito, ecco che allora si torna alle aggressioni militari in grande stile, sempre con il pretesto di grandi e nobili ideali, ma sempre con lo scopo preciso di derubare gli affamati.
Un proverbio cinese, che fu reso famoso da Mao Tse Tung, dice: “Se qualcuno ha fame, non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”. Ma probabilmente il proverbio sarebbe più realistico se consigliasse di insegnare all’affamato come non farsi fregare il pesce.


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